1. introducción o motivación de la tesis Costantinopoli costituisce nell’inconscio collettivo il “luogo” di «madre riconosciuta di civiltà» (PERTUSI 1976, 561) e può fornire una serie di motivi che orientano le aspettative sociali; ciò giustifica pure la propensione verso una precisa concezione del potere. I loci selezionati a Bisanzio, ripetuti nelle soluzioni iconografiche e retoriche diffuse su un’ampia geografia, costituiscono stereotipi. Questi acquisiti, rifunzionalizzati e risemantizzati decretano il successo delle soluzioni bizantine (CANTARELLA 2005, 11).
Il presente lavoro difatti si inserisce fra due grandi assenze. Una prima mancanza viene stigmatizzata da Cameron nella prefazione al suo volume I bizantini del 2008: la carenza di studi riguardanti l’apporto della cultura bizantina all’identità occidentale. In letteratura si constata una certa superficialità, perché si è liquidata la questione ignorando del tutto l’apporto bizantino. Solo negli studi più attenti vi è qualche riferimento, che non può che dirsi marginale. La seconda grande assenza concernente il ciclo bizantino delle formule descrittive e degli Herrschaftssymbolik. Manca difatti un lavoro d’interpretazione che indaga il processo che ha portato i segni e le immagini connesse agli episodi della regalità costantinopolitana a divenire tipi; modelli insomma, che sono ripetuti nell’area della cosiddetta koinè bizantina e ciò per tutta l’Età Media. Un vuoto dottrinale che l’indagine riempie limitatamente all’interpretazione delle situazioni del potere del regno siciliano, laddove si adoperano i loci iconografici di Bisanzio.
Si ha così in animo di dimostrare che le formule bizantine di descrizione egli episodi della regalità si orientano verso l’efficacia comunicativa, che tiene conto delle esigenze visuali del proprio pubblico che è teoricamente illimitato. Queste si rivolgono sia ai fruitori all’interno della basileia, che fuori dei confini di essa. Un’attenzione al fruitore che si constata nel rispetto dell’immagine precostituita che l’uomo medievale ha della figura imperiale. Una sensibilità che ancora si riscontra nella costruzione della silhouette del basileus. Qui si nota la cura degli artisti, che hanno in animo di guidare l’occhio di chi osserva il documento verso dei punti sensibili collocati in zone di interesse della formula rappresentativa.
Un orientamento preferenziale giustificato nel Regno di Sicilia dalla presenza di un ampio pubblico assuefatto a formule greche, anche se la popolazione bizantina non sembra superare il 20 % del totale. Eppure deve considerarsi un ampio sostrato di cultura greca che spiega sia la buona ricettività, sia la predilezione per una determinata formula, apprezzabile nei termini di “domanda sociale”.
2.contenido de la investigación La tesi si concentra sulle interazioni culturali suscitate dai simboli del potere nel Mediterraneo. Questa è orientata a colmare quei “vuoti” dottrinali ed esegetici riguardanti la tracciabilità degli interscambi, che hanno permesso ai segni del potere bizantino di diffondersi con successo nell’area della koiné bizantina. Il lavoro apre alla revisione del contesto locale siciliano entro cui si realizza il transfert, tanto da porre in essere il ripensamento del fenomeno.
Un tale scopo presuppone esigenze euristiche che richiedono l’introduzione di nuove categorie cognitive per sintetizzare e classificare le manifestazioni della fenomenologia della regalità mediterranea.
La revisione della produzione siciliana si realizza allora alla luce di una nuova categoria cognitiva: i kaiserische wandermotive. L’espressione tedesca è traducibile con la perifrasi “motivi erranti della regalità”. Questa categoria ermeneutica è in grado di valorizzare i motivi-base che, per la loro efficacia comunicativa sulla compagine sociale, passano da una cultura all’altra rimanendo sostanzialmente immutati, nonostante gli adattamenti della cultura alloctona.
Bisogna introdurre un’atra definizione: le “sinfonie protocollari”. L’espressione è utile a sintetizzare gli effetti del processo di diffusione-attecchimento delle formule e degli Herrschaftssymbolik bizantini negli episodi della regalità prodotti fuori dalla basileia. La definizione favorisce l’approccio euristico alla bildnispropaganda e alla produzione retorica. Interpretando l’esistenza delle “sinfonie” nell’area della koiné, si delinea un quadro delle influenze “dirette” e “indirette” della cultura bizantina nell’ampio raggio dello spazio “bizantinizzato” e nello specifico nel regno normanno.
Si può parlare anche di trickle down effect o percolazione, quale modello di diffusione verticale di un costume e di una moda. Il concetto valido sul piano macroscopico viene applicato ad una gruppo sociale che non è affatto omogeneo dal punto di vista del diritto internazionale: quello dei detentori del potere, la familia regum. L’esistenza di un gruppo implica processi di inclusione ed esclusione. A maggior ragione se si tratta di una «familia»: un gruppo esclusivo come l’ordo regum, che ha forti “barriere d’ingresso”.
L’outfit normanno rappresenta la falsificazione di un codice e mostra un sovrano già integrato nella familia. Una falsificazione che è giustificata dalla possibilità d’esercitare attraverso l’outfit un qualche controllo sulle modalità con cui si appare agli altri, perché aiuta a costruire un’identità ed a manipolarla.
Viene pure elaborato un metodo specifico che adatta ai documenti visuali dell’Età classica e medievale le regole dell’antropologia visuale, proponendo per la prima volta al mondo accademico soluzioni innovative per la revisione totale del fenomeno dei prodotti della cultura visuale di derivazione bizantina. Un metodo per la decodifica di significanti e significati nella costruzione dell’opera d’arte.
Con tale intuizione si apre una nuova strada percorribile anche per altri prodotti visuali.
È proccupazione di chi scrive ricostruire insegne e corredo vestiario dell’Imperatore Romano d’Oriente, ridefinendo foggia e tessitura dei singoli capi. Si vuole pure seguire l’evolversi di vesti ed accessori secondo i vezzi della moda e si accerta il loro sopravvivere nella Sicilia normanna.
S’hanno ad individuare le immagini-base antecedenti le formule di descrizione degli episodi della regalità, ora ordinate in una nuova categoria: gli “iconemi della regalità”. Di seguito si monitora la presenza degli iconemi nelle evidenze del registro materiale e si procede all’interpretazione delle informazioni rilevate secondo le categorie dell’archeologia della produzione, della storia dell’arte e dell’antropologia visuale. Informazioni utili ad un aggiornamento filologico dei contesti e degli scenari.
Si segnala il rapporto tra la fenomenologia della regalità e la cultura materiale, quale espressione della bildnispropaganda, declinata nei termini d’una scienza del transumanar o della trasfigurazione imperiale; le immagini del potere, difatti, incarnano il concetto di zeitgesicht e l’immaginario connesso alla maiestas, tradotto secondo schemi e forme socialmente condivise.
3.conclusión L’operazione di manipolazione della realtà va dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Dall’episodio della quotidianità all’eventologia. Un’operazione che non risparmia nemmeno la resa per imaginem del sovrano, come i bizantini sanno bene ed insegnano efficacemente a fare; arte che i normanni apprendono da questi. L’archeologia allora fa luce sui contesti, precisa le cronologie, chiarisce i fatti, li espone per quel che sono e dimostra come sono andati realmente a finire.
Ma i fatti chiamano. Chiamano l’immaginazione.
L’immaginazione poi ha molto in comune con la memoria, anzi è funzionale ad essa. È ben nota la possibilità di scegliere quali cose ricordare. A corollario si sviluppa una prassi che permette di modificare le cose che si vogliono ricordare a favore di chi scrive o per chi si scrive.
Un’invenzione ed un espediente che abilita i normanni all’uso dell’outfit imperiale. Si raffronta un’accurata selezione della memoria, perché «la memoria si può sempre scegliere» (CANTARELLA 2005, 16).
Un’operazione che però non è esente da critiche. Ma nonostante questa tradizione negativa, il locus appare forte, viene immesso nei «fiori della retorica» e può essere adoperato qualsivoglia volta se ne avesse bisogno.
Per i normanni l’immaginare sembra limitato all’imitare. Ma parlare d’imitatio Bizantii è riduttivo. Si ignorano così le regole decodificate dall’antropologia che sovrintendono ai processi di rifunzionalizzazione e risemantizzazione, che permettono ad una cultura di far propri i prodotti di una cultura altra. A tale regola non sfuggono le idee, i simboli e le iconografie, pure quelle che concernono il potere.
E se vi è un gap, attraverso un processo di trasfert di out put il “giovane” regno siciliano, ha la possibilità di colmarlo. L’immaginazione dunque appare quale operazione lecita. Se non addirittura giusta, per lo meno in termini politici. Lima quelle asperità della realtà che rendono più ostiche le possibilità di auto-rappresentazione e fa pure “bene” alla memoria. Ma solo in termini di utilità. I kaiserische wandermotive diventano allora il mattone per la costituzione del passato della monarchia e avvalorano con un outfit adeguato e incontestabile le soluzioni approntate dalle «strategie dell’occhio».
Anche nell’immaginazione la Romània fiorisce.
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