Le rivoluzioni industriali che si sono succedute dalla fine del XVIII secolo hanno sempre comportato notevoli aumenti della produttività del lavoro, con conseguenti impatti sull’occupazione. All’inizio del XX secolo John Maynard Keynes rilevava: «Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove», spingendosi a teorizzare che, entro un secolo, gli orari di lavoro nei settori interessati agli sviluppi tecnologici avrebbero potuto ridursi ad appena 15 ore settimanali. Se questa previsione non si è avverata è solo perché l’aumento di produttività (che pure si è registrato) non si è riversato (solo) sulla riduzione degli orari di lavoro, ma anche (soprattutto) in notevolissimi aumenti delle quantità prodotte. Ciò è avvenuto in tutti i settori produttivi, non solo industriali, limitando – se non compensando – i negativi risvolti occupazionali. Oggi però dobbiamo fare i conti con i limiti di sostenibilità ambientale che ostacolano l’ulteriore protrarsi di tali trend di crescita, che comportano comunque maggiori utilizzi di risorse naturali e di energia, limitati – ma non pareggiati – dalla progressiva "dematerializzazione” di molte produzioni.
Il problema assume particolare rilevanza, ed inedita urgenza, alla luce dei più recenti sviluppi delle tecnologie informatiche, che vedono nell’Intelligenza Artificiale una nuova, e sotto alcuni aspetti inedita, rivoluzione tecnologica che ci costringerà ad affrontare problemi di carattere non solo economico, ma anche sociale ed etico, a livelli di globalizzazione finora inesplorati.
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