Riprendere in mano oggi il saggio sulla Pace perpetua di Immanuel Kant parrebbe un’operazione destinata a rimanere nel solco delle belle intenzioni prive di qualunque concretezza. Ma è esattamente quando le condizioni storiche paiono non fornirci altra viaì d’uscita che occorre alzare lo sguardo verso quella che, qui e ora, può apparire un’utopia. Come fa Hannah Arendt, che all’indomani della Seconda guerra mondiale e della tragedia dell’Olocausto torna all’opuscolo kantiano per delineare una riforma dell’ordine internazionale e dare una forma istituzionale cosmopolitica all’umanità. L’unica in grado di garantire la sua permanenza sulla superficie terrestre e il “diritto ad avere diritti” a tutti coloro che la abitano
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