Nel 1972, a Parigi, nel corso della Conferenza Generale dell’UNESCO, veniva approvata la Convenzione per la Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale, ratificata in Italia nel 1977. Fulcro centrale della Convenzione, com’è ben noto, è la World Heritage List, un elenco di siti riconosciuti di valore eccezionale per l’umanità e pertanto meritevoli di una protezione a livello internazionale che, nel corso degli anni, è andato progressivamente crescendo. Tra questi ultimi, le città storiche occupano un posto di primo piano: basti citare Roma, Firenze, Napoli, Siena, Verona per l’Italia e Avignone, Budapest, Cracovia, Parigi, Porto, Praga, Varsavia, Vienna, per menzionare solo le principali in Europa.
A fronte dei numerosi aspetti positivi che il processo della World Heritage List ha comportato sono tuttavia emerse, nel corso degli anni, anche ricadute meno condivisibili: tendenza alla ‘mondializzazione’ del patrimonio, turismo di massa, gentrification dei centri storici. Sono solo alcuni degli effetti che, negli ultimi decenni, hanno toccato le città storiche incluse nella World Heritage List. Ci si chiede, in particolare, se la dimensione complessa di ‘città palinsesto’, che caratterizza molte delle città storiche europee, sia compatibile con le aspettative innescate dalla ‘brandizzazione’ UNESCO, che tende spesso a orientare le politiche urbane verso una visione monoculturale del patrimonio, appiattendo specificità e differenze, per privilegiare la domanda turistica e la commercializzazione del patrimonio, come già osservava alcuni anni fa, profeticamente, Françoise Choay. Ma ci si chiede anche quanto gli strumenti di controllo (piani di gestione) che l’UNESCO mette in campo per la protezione di tali beni siano realmente adeguati ed efficaci.
A partire da marzo 2020, tuttavia, gli scenari del turismo nelle città storiche sono radicalmente cambiati in tutto il mondo. Dal preoccupante fenomeno dell’over-tourism, si è passati improvvisamente al vuoto. Nel clima drammatico dell’emergenza sono emerse riflessioni radicali che hanno proposto un ripensamento totale della vita nelle città, comprese quelle della World Heritage List, che hanno sofferto gli effetti della progressiva perdita di popolazione locale derivata da politiche economiche prevalentemente centrate sul turismo. Questo contesto richiede strategie di gestione più sostenibili, partecipate e resilienti ai cambiamenti rapidi e alle vulnerabilità (ambientali, sociali, economiche, sanitarie, tra le altre) che caratterizzano l’attuale condizione umana a scala globale. Alla luce della progressiva ripresa di attività cui stiamo assistendo, tuttavia, sembra che poco di queste visioni sarà davvero preso in considerazione. Eppure, un evento così dirompente come quello che abbiamo vissuto dovrebbe indurre a porre in discussione molte delle certezze sulle quali si sono fondate finora le politiche del patrimonio a scala urbana.
Intanto, il cambiamento radicale di scenario, con la conseguente difficoltà di reperire dati, ha reso impossibile per alcuni autori sviluppare le proprie ricerche. Abbiamo pertanto dovuto registrare con rammarico alcune defezioni rispetto al numero di contributi attesi. Dal canto nostro, nell’impossibilità di ripensare completamente questa sessione, abbiamo chiesto a tutti gli autori di aggiornare alla luce della pandemia le riflessioni che avevano già sviluppato, per provare a delineare qualche scenario per la vita della città storiche nell’era post Covid-19. Il quadro offerto dai testi che seguono, quindi, cerca di tenere insieme un’analisi che per forza di cose è riferita ai mesi precedenti il 2020 con gli scenari più attuali.
Spaziando dalle rive della Senna a Parigi (Laurence Bassières), al piccolo centro storico di Provins (Lia Romano), all’estesissimo sito di Bagan (Simona Salvo), a Pisa (Francesca Giusti), alle candidature UNESCO di alcune città emiliane (Valentina Orioli, Andrea Ugolini, Chiara Mariotti), fino ai siti UNESCO siciliani (Zaira Barone) e campani (Claudia Aveta), i sette testi qui raccolti appaiono particolarmente significativi proprio per il cruciale momento di transizione che stiamo vivendo, offrendo sguardi da prospettive diverse, ma accomunati dal convincimento che le sfide per la conservazione del patrimonio devono essere continuamente aggiornate alla luce dei mutevoli scenari della vita contemporanea.
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